Sono stati i
protagonisti della rivoluzione tunisina, sono partiti in cerca di dignità. Poi
in centinaia sono spariti nel nulla del Mediterraneo. Ora i familiari non sono
più soli: è nata la campagna «Da una sponda all'altra: vite che contano».
Annamaria Rivera,
il manifesto del 21.01.2012.
Provate a immedesimarvi
in quelle madri e sorelle, in quei padri, fratelli, zii che da mesi non hanno
più notizie del loro congiunto, partito un certo giorno da qualche porto
tunisino verso le coste italiane. Provate a immaginare: è uno di quei giovani
coraggiosi che hanno partecipato alla Rivoluzione del 14 gennaio, magari ha
ancora sul corpo le tracce degli scontri con la polizia, le cicatrici di colpi
sparati dai cecchini nei giorni della rivolta che ha rovesciato il regime. È
partito dopo la fuga del dittatore perché per lui, come per gli altri insorti,
la rivoluzione per il pane, la dignità e l'uguaglianza era anche per la
libertà: anzitutto libertà di movimento e di circolazione, come per tutti i
giovani.
Si è
imbarcato insieme ad altri su un vecchio peschereccio rabberciato perché non ne
poteva più di disoccupazione, lavoretti precari e umilianti, vita miserabile in
un certo quartiere popolare della Grande Tunisi. Oppure in una borgata dalle
parti di Thala, Kasserine, Sidi Bouzid o Gafsa, ossia il cuore della Tunisia
più povera, emarginata, combattiva, giusto quella in cui si è accesa la
scintilla che ha poi incendiato la prateria. Forse non sopportava più d'essere
un peso per la sua famiglia, lui che avrebbe dovuto mantenerla. Forse gli era
divenuto intollerabile non poter dare un futuro a se stesso e al legame con la
ragazza che amava.
«Coloro che
bruciano»
È salito su
quel peschereccio malconcio perché non tollerava più d'essere ancora
considerato un niente, lui che insieme ai suoi compagni aveva sfidato le milizie
armate del regime. Si è imbarcato, consapevole dei rischi, perché ha pensato
che perdere la vita in mare è comunque meno peggio che essere costretto a farsi
torcia umana per poter gridare pubblicamente la propria disperazione e farla
finita con un'esistenza senza nome e senza senso. È uno di quegli harragas
(«coloro che bruciano») che preferiscono bruciare carte d'identità e frontiere
piuttosto che auto-immolarsi col fuoco. Cosa che continuano a fare in tanti,
soprattutto giovani laureati-disoccupati: torce umane si accendono quasi ogni
giorno, in Marocco, in Algeria, perfino nella Tunisia post-rivoluzione.
Di sicuro ha
pensato che la durata di una vera rivoluzione è ben più lunga del tempo della
giovinezza e dell'urgenza di bisogni esistenziali. Probabilmente ha intuito che
Mohamed Bouazizi, mentre diventava l'Eroe-Martire, l'icona della rivoluzione
esibita ovunque, perfino sulle copertine di riviste patinate, era già stato
tradito dagli usurpatori della rivolta popolare. Coloro che, andando al potere,
avrebbero presto dimenticato le ragioni per cui Bouazizi si era immolato, cioè
le sue stesse ragioni: giustizia economica e uguaglianza sociale. Forse lo ha
intuito confusamente, ma non ha sbagliato. Non è lui, il nostro harraga, il
traditore della rivoluzione, come cianciano troppi benpensanti tunisini - se ne
trovano nelle nuove istituzioni e nei partiti, anche di sinistra - intossicati
dalla propaganda del vecchio regime. Il quale aveva seminato disprezzo per i
«clandestini», promulgato leggi ingiuste per reprimerli, realizzato infami
accordi bilaterali per compiacere i partner politici dell'altra sponda in
cambio di protezione, sostegno e vantaggi economici.
Tra lager e
abissi
Chissà se il
nostro harraga è vivo o morto. Chissà se è sepolto in qualche lager di Stato
italiano o negli abissi del Mediterraneo. Ora moltiplicate il suo caso
ipotetico per cinquecento, forse addirittura per mille, e vi renderete conto
delle dimensioni della tragedia. Provate a figurarvi la disperazione di qualche
migliaio di parenti dei dispersi, che reclamano, finora senza esiti rilevanti,
l'attenzione delle autorità tunisine e italiane. Se ancora non siete riusciti a
partecipare e a commuovervi, guardate questo video:
Se avete
fatto finora quest'esercizio di empatia, vi consolerà sapere che i familiari
dei dispersi non sono più soli, per fortuna. Alcune associazioni italiane e
tunisine si sono coordinate e hanno realizzato iniziative comuni: appelli,
sit-in e proteste in Tunisia e in Italia. Così ha preso slancio la campagna «Da
una sponda all'altra: vite che contano».
Il muro di
omertà
E l'appello
«Immagini, tu?» (http://www.storiemigranti.org/spip.php?article995),
promosso da un gruppo di donne tunisine e italiane, è riuscito a raccogliere
finora almeno 1300 firme. Grazie a tutto questo, il muro di omertà o
indifferenza va incrinandosi. E anche i media italiani mainstream iniziano a
interessarsi alla vicenda dei migranti tunisini dispersi e delle loro famiglie.
Non abbiamo
notizie, invece, di sussulti rilevanti da parte del governo di transizione
tunisino. Né finora ha reagito con atti tangibili il governo italiano, quello
della discontinuità con Berlusconi-Maroni. Ai due ministri degli interni e
degli esteri è stata inviata una lettera (http://leventicinqueundici.noblogs.org/?p=520)
in cui si ripropone l'istanza che i familiari dei dispersi continuano a
rivolgere alle istituzioni del loro paese e a quelle italiane: che si
istituisca una commissione d'indagine, che si mettano a confronto le impronte
digitali conservate nei data-base dei due paesi, così da avere qualche certezza
sulla sorte dei loro cari.
Affinché a
ognuno di loro, vivo o morto che sia, venga restituita la sua biografia
singolare. Singolare come è e come sempre è stata per chi li ama. Singolare
come fu anche pubblicamente allorché si rivoltarono per non essere più quantità
di vite senza nome e senza senso.
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