“Scriveva
Marx che nella società capitalistica i paesi industrialmente più avanzati
indicano agli altri il proprio avvenire. Chi è più avanti nello sviluppo
anticipa trasformazioni e fenomeni che anche gli altri, più indietro nel
processo di modernizzazione capitalistica, conosceranno qualche decennio più
tardi”. Questa analisi-profezia, che ha resistito gagliardamente alla prova del
tempo, sembrava essersi appannata nella seconda metà del XX secolo, quando un
capitalismo incarnato e imbrigliato nelle culture e nelle istituzioni nazionali
sembrava dare a ciascun paese un proprio Sonderveg , come dicono i tedeschi, un
proprio originale sentiero.
I paesi
europei, ad esempio, col loro solido welfare , si distinguevano dagli Usa e
sembravano capaci di contenere e filtrare i fenomeni più dirompenti che in quel
paese facevano da avanguardia. Ma questo scarto è durato poco e, sotto la furia
del pensiero unico - che nell'ultimo trentennio ha visto capitolare molti
antichi presidi nazionali di costume e di cultura - lo sguardo anticipatore di
Marx ha acquistato un nuovo e lucente smalto.
Oggi abbiamo
la possibilità di osservare sul nascere, e per così dire in vitro , come si
afferma e diventa generale tale tendenza, chi sono i soggetti che la
promuovono, quali motivazioni la sostengono. La proposta del governo italiano
in carica di prolungare l'orario di lavoro dei negozi è, a dispetto delle
apparenze, un sontuoso cavallo di Troia che nasconde nella pancia alcuni
fenomeni già all'opera nelle "società più avanzate". Sembra una
semplice iniziativa volta a facilitare gli acquisti dei cittadini-consumatori e
naturalmente cova la speranza di innalzare il ritmo dei consumi. Ma essa
contiene molto altro, costituisce il tassello di un processo, in atto da tempo,
di distruzione di un modello di civiltà.
Si fa presto
a scoprirlo. È sufficiente andare a vedere che cosa è accaduto là dove gli
orari dei negozi sono stati deregolamentati per tempo. Negli Usa, che sono oggi
il punto più avanzato dello sviluppo, è possibile scoprire la trappola in cui
sono caduti i cittadini americani, trascinati da decenni in una bolla
consumistica che alla fine è esplosa con immenso fragore.
I fondatori
del gruppo Take Back Your Time, riprenditi il tuo tempo, hanno compreso, e
denunciano da anni, che la spinta
all'iperconsumo cui sono stati spinti i cittadini americani è stato un
surrogato della riduzione dell'orario di lavoro. I guadagni di
produttività oraria realizzati nell'industria e nei servizi Usa non sono stati
utilizzati, come era accaduto sino ad allora, per accrescere il tempo libero.
Qui si è interrotto un antico percorso delle società industriali contemporanee.
Gli incrementi produttivi sono stati monetizzati, tradotti in salario, grazie
all'esca lucente di consumi sempre più abbondanti. Dove non bastava il salario,
naturalmente, il credito bancario veniva amorevolmente in aiuto dei bisognosi
di acquisto. Il risultato, dopo oltre un trentennio di questa gioiosa
modernità, è che i lavoratori americani si sono trovati a lavorare in media 50
ore alla settimana e 350 ore annue in più dei loro equivalenti europei. Non c'è
di che stupirsi. Come si fa a
rinunciare ai sontuosi beni offerti da una smisurata macchina produttiva, a
prezzi sempre più economici, resi sempre più indispensabili da una pubblicità
senza quartiere? Come si fa rinunciare, se bastano un paio d'ore di
straordinario al giorno per avere i dollari necessari a comprare l'ultima
consolle, la macchina nuova, una pelliccia da sogno? Negli Usa la
deregolamentazione degli orari dei negozi ha accompagnato in parallelo
l'aumento della giornata lavorativa e la cosa non stupisce. Questo è il modello
che il capitale va imponendo: una giornata completamente occupata dal lavoro,
che impone l'utilizzo di tempo supplementare, oltre l'orario diurno, per
svolgere il proprio compito di consumatore.
I
supermercati e i negozi aperti anche di notte, di domenica, nei giorni festivi
devono offrire la possibilità di consumare anche a chi non possiede più tempo
per se stesso. Certo, il tempo speso nelle compere serali o festive è sottratto
alle relazioni sociali, alla famiglia, al dialogo fra persone, alla
partecipazione alla vita civile. Ma un pover'uomo o una povera donna, che
lavora dalla mattina alla sera, ha bisogno di un risarcimento, ha una necessità
vitale di dare sfogo al proprio desidero di acquisto, di soddisfare il proprio
ethos infantile - come lo chiama Benjamin Barber nel suo Consumati - vagando
tra le meraviglie merceologiche di un centro commerciale e portarsi a casa
qualcosa.
Ecco il
grande successo conseguito dal capitalismo, quello a cui aspira di trascinarci
la grande maggioranza degli economisti, sempre dietro qualche riforma da
proporci. In questo modo si è completato il circuito di assoggettamento
totalitario dell'individuo al processo di valorizzazione del capitale, che
chiede sempre più tempo per la produzione e per i servizi, e ora sempre più
tempo per i consumi.
L'uomo a una
dimensione è bello e fatto. Nel punto più alto dello sviluppo, al culmine della
modernità, gli uomini sono ridotti alla loro funzione primordiale: produrre e
consumare, consumare e produrre. In tale ottica, la notte, naturalmente,
costituisce una fase parassitaria nella vita delle società avanzate, durante la
quale il Pil scende rovinosamente. Ce ne rendiamo conto.
Per fortuna
i turni lavorativi riescono a mantenere attiva la produzione in tanti settori e
il commercio notturno può educare ad avere una idea meno pigra di questa fase
della giornata in cui il sole conserva la cattiva abitudine di illuminare
l'altra faccia della Terra. Questa cultura della deregolamentazione, che ha
scatenato le furie dei poteri finanziari, frantumato il potere sindacale e
precarizzato il lavoro, demonizzato tutto ciò che era pubblico e fatto
trionfare anche l'abiezione, purché fosse privata, freme tuttora come un
animale ferito per azzannare qualcosa che ancora resiste indenne.
Ora tocca al
commercio, anche in Italia. E mi chiedo e chiedo che cosa pensa al riguardo la
Chiesa, che cosa ne pensano i cattolici, anche quei tanti che stanno nell'attuale
governo. Negozi aperti anche di domenica, il giorno del Signore? Perché la
proposta recente rientra in quella tendenza del capitale che già abbiamo visto
all'opera, e che non vuole fermarsi. In Italia si manifesta, ad esempio, nella
sorda pressione, più volte espressa da Confindustria, di ridurre le feste
comandate, che frenano l'ascesa altrimenti trionfante del nostro Pil. Se fosse
per tanti imprenditori, ma anche per tanti economisti che scrivono sui
giornali, l'intero calendario gregoriano dovrebbe essere reso più
"flessibile", occorrerebbe togliere ogni residua solennità ai santi
ancora festeggiati, rendere laicamente lavorativi tutti i giorni dell'anno,
perché siano trascinati nella macchina insonne della crescita.
Per nostra fortuna i sindacati, anche quelli
di categoria, hanno alzato gli scudi contro la proposta e meritoriamente molti
cittadini hanno manifestato la loro contrarietà. Esempio di civismo, maturità,
spirito di una civiltà che ancora resiste e dovrebbe fare arrossire tanti
zelanti riformatori che ci assordano quotidianamente. È tutta da verificare,
infatti, l'economicità anche per i grandi supemercati e per i centri
commerciali, a tenere le luci accese sino a mezzanotte o oltre. Ma, ricordiamo,
se tale vantaggio dovesse verificarsi, non è evidente che una simile novità
metterebbe in grave difficoltà i piccoli negozi di zona, accentuerebbe la crisi
in cui versano, ne costringerebbe molti a chiudere favorendo il processo di
desertificazione dei quartieri? E nessuno pensa a quanta economia è nascosta,
quanto benessere collettivo, in un quartiere vitale, ben servito da piccoli
esercenti, che limita gli spostamenti dei cittadini su lunga distanza,
favorisce le mutue relazioni quotidiane, accresce la sicurezza senza bisogno di
costose vigilanze e repressioni sicuritarie? Questa è una dinamica sociale
ormai ben nota, ma tanti economisti, e soprattutto gli uomini che si trovano di
volta in volta a governare, se ne dimenticano facilmente, pur di lanciare i
prodotti del loro marketing politico. Degli esiti sociali di lungo periodo
delle cosiddette riforme nessuno si cura, pur di vendere al pubblico un qualche
kit , un dispositivo economico che promette di imprimere dinamismo al sistema.
È
l'analfabetismo politico della nostra epoca, lo conosciamo da tempo, e non
possiamo far altro che additarlo nel suo quotidiano squallore. Ma la proposta
di regolamentare gli orari degli esercizi commerciali ha un valore
paradigmatico molto più ampio e generale di quanto fin qui detto. Perché essa,
sotto l'aria di voler rilanciare i consumi in una fase di crisi in cui
effettivamente la ripresa della domanda svolgerebbe un ruolo equilibratore, instilla
nell'immaginario pubblico il veleno del consumismo illimitato, ci mostra
l'avvenire di una crescita continua e senza confine dell'acquisto di merci e
servizi. Mentre la popolazione mondiale continua a crescere, centinaia
di milioni di nuovi ricchi approdano ogni anno ai nostri stessi standard di
consumo, i cicli di rigenerazione delle risorse della Terra si vanno arrestando
per eccesso di sfruttamento, nella piccola Italia, facciamo la nostra parte
simbolica. Mostriamo che si può comprare senza limiti di tempo, giorno e
notte. Chiedersi quel che succede alle limitate risorse del nostro pianeta è
naturalmente una preoccupazione stonata e fuori posto. I problemi son ben altri
e del resto, in questo momento, siamo in emergenza. Come è noto da decenni.
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